DISTURBI DELL’ETÀ EVOLUTIVA

DISTURBI DELL’APPRENDIMENTO

I disturbi dell’apprendimento sono condizioni nelle quali risulta specificamente compromessa la capacità di apprendimento della lettura (dislessia), della scrittura (disgrafia e disortografia) o del calcolo (discalculia), in assenza di deficit intellettivi, neurologici o sensoriali e con adeguate condizioni socioculturali. Sono spesso associati a disturbi del linguaggio, disordini della lateralizzazione spazio-temporale, disturbi emotivi (ansia, insicurezza, iperattività, tic, enuresi, ecc.). Un numero considerevole di alunni della scuola di base presenta problemi di apprendimento che incidono in modo rilevante sul rendimento nelle varie discipline, causando spesso un vero e proprio disadattamento scolastico.

 

I bambini con un Disturbo dell’Apprendimento, si comportano per molti versi esattamente come i loro coetanei. Ciò che li distingue, tuttavia, è una marcata irregolarità negli apprendimenti; spesso, infatti, tendono ad eccellere in alcune aree e ad essere piuttosto carenti e problematici in altre.

 

 

DISTURBI D’ANSIA

Sono molti i bambini che manifestano paure e ansie. Ci sono bambini che si disperano e fanno scenate di pianto quando giunge il momento di andare a scuola. Altri che si rifiutano di separarsi anche per pochi minuti dalla mamma. Altri ancora che evitano a tutti i costi di partecipare a giochi di gruppo, a feste o a luoghi in cui sono presenti altri bambini. Sono tanti anche i bambini che provano paura nei confronti di uno specifico oggetto o situazione, per esempio il buio, gli animali, i temporali, gli ospedali…Spesso i genitori si allarmano e si interrogano quando si rendono conto che il figlio mostra questi segnali.

 

È importante sottolineare che ogni fascia di età, a partire dai primi mesi di vita fino all’età adolescenziale, è caratterizzata da paure tipiche. Stati di timore o di apprensione fanno quindi parte del normale sviluppo emotivo del bambino e la loro presenza non è necessariamente segno di patologia.

 

Occorre quindi distinguere quando l’apprensione è una normale reazione al processo di adattamento e quando invece può essere il segnale di un malessere più profondo. Un buon criterio per differenziare le normali paure da uno stato d’ansia patologico è fornito dall’impatto che tale stato d’animo ha sul comportamento abituale del bambino. Se l’ansia è eccessiva per frequenza, intensità e durata, si può allora considerarla patologica.

 

I principali disturbi d’ansia di cui soffrono i bambini sono:

 

disturbo d’ansia da separazione: il bambino manifesta ansia eccessiva e preoccupazione non realistica, accompagnate spesso da malessere fisico, ogni volta che deve separasi dalle figure verso le quali prova attaccamento;

 

Fobia specifica: eccessiva e persistente paura con successivo evitamento rivolta verso una situazione/oggetto specifico e da conseguente compromissione della vita del soggetto;

 

Fobia sociale: eccessiva timidezza verso persone non familiari fino a compromissione della vita sociale del soggetto;

 

Disturbo Ossessivo–Compulsivo: caratterizzato dalla presenza di ricorrenti ossessioni (pensieri, immagini e impulsi irragionevoli che s’impongono al soggetto) e compulsioni (comportamenti/azioni che servono al soggetto per annientare i pensieri ossessivi e ridurre l’ansia);

 

Disturbo post Traumatico da Stress: bambini che hanno vissuto situazioni di forte pericolo e minaccia alla propria o altrui vita (lutto, incidente, terremoto, etc) sviluppano una serie si sintomi tra cui ansia, evitamento di ogni situazione che ricordi quanto è accaduto, continui flashback dell’evento traumatico, intense reazioni di allarme (ad esempio, in risposta ad un rumore), un generale stato di appiattimento emotivo, etc.

 

 

ANSIA GENERALIZZATA NEI BAMBINI

In età evolutiva il disturbo d’ansia generalizzata (DAG) si manifesta con preoccupazioni eccessive e incontrollabili rispetto a una grande quantità di eventi o attività quotidiane.

Anche se bambini più piccoli possano mostrare segni di eccessiva ansia, il disturbo d’ansia generalizzata si sviluppa all’incirca all’età di 12 anni.

Nonostante possa esserci consapevolezza dell’eccessività delle loro preoccupazioni rispetto alle diverse situazioni, bambini e ragazzi, sentono di non essere in grado di avere un controllo su esse.

A differenza delle normali preoccupazioni, o paure vissute durante l’infanzia, il disturbo persiste per almeno sei mesi e causa una compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico e familiare.

Le preoccupazioni più frequenti nei bambini e adolescenti riguardano le prestazioni scolastiche presenti e future, prestazioni sportive, relazioni sociali, aggressioni fisiche e disastri naturali.

 

Spesso i giovani s’impongono alti standard nel raggiungimento dei loro risultati e sono eccessivamente critici nei propri confronti nel caso in cui questi non siano raggiunti. A volte i bambini con disturbo d’ansia generalizzata non sono nemmeno disposti a provare nuove attività se non possiedono la certezza di esserne all’altezza o ancora sono portati ad abbandonarle in corso d’opera se ritengono che le loro prestazioni non siano adeguate.

 

Per cercare di alleviare le loro ansie sono spinti a ricercare costantemente rassicurazioni (come ad esempio chiedere a un genitore di rivedere compiti a casa diverse volte, per assicurarsi che sia perfetto) o assumono atteggiamenti controllanti sugli altri (ad esempio chiamando i genitori più volte al giorno, per assicurare che stiano bene). Si preoccupano in maniera eccessiva per le loro capacità o prestazioni e per questo sono alla continua ricerca di approvazione.

 

Bambini e ragazzi con disturbo d’ansia generalizzata presentano inoltre grosse difficoltà nel prendere delle decisioni, tendono all’isolamento sociale e assumono un atteggiamento di procrastinazione, tendono cioè a rimandare costantemente.

 

 

TIMIDEZZA (ANSIA SOCIALE)

Il disturbo d’ansia sociale, chiamato anche fobia sociale, è una condizione caratterizzata da un’eccessiva coscienza di sé che va oltre la comune timidezza.

 

Bambini e adolescenti con disturbo d’ansia sociale sono eccessivamente preoccupati di poter fare qualcosa d’imbarazzante o umiliante e che per questo gli altri penseranno male di loro.

Sono così preoccupati di poter essere giudicati negativamente dagli altri che evitano di fare o dire qualsiasi cosa possa loro causare un’umiliazione.

 

 

MUTISMO SELETTIVO

È un quadro clinico complesso che rientra nella categoria dei disturbi d’ansia in età evolutiva. Il bambino affetto da mutismo selettivo si presenta come incapace nel parlare e nel comunicare in modo efficace in contesti sociali da lui selettivamente percepiti come minacciosi (ad esempio la scuola). Negli ambienti in cui, al contrario, sperimenta stati di benessere e sicurezza, il bambino risulta perfettamente in grado di comunicare ed esprimersi liberamente.

 

È importante sottolineare che il bambino che manifesta questo tipo di difficoltà non sta mettendo in atto un comportamento intenzionalmente oppositivo, non cerca costantemente di attirare l’attenzione di chi lo circonda, al contrario, si sente sopraffatto da uno stato ansioso difficile da gestire a tal punto che, come molti di loro dichiarano: “le parole proprio non vogliono uscire!”.

 

Si sentono esposti al giudizio, assumono un comportamento non verbale rigido e impacciato, uno sguardo assente, inespressivo e, se si rendono conto di essere oggetto dell’attenzione di altri, tendono a evitare il contatto oculare, a trovare qualcosa con cui giocherellare e/o cercano di nascondersi.

 

 

LA BALBUZIE

È una difficoltà caratterizzata, dal punto di vista della sua manifestazione, da una estrema variabilità ed è molto diffusa. Può seriamente compromettere la qualità di vita di un bambino. Tuttavia, va precisato che moltissimi bambini, in età prescolare, attraversano periodi di balbuzie: tendono a ripetere parole intere o frasi, utilizzano riempitivi come “um” e “uh” o presentano difficoltà ad accedere al lessico appropriato. Queste fasi della balbuzie possono essere transitorie: per la maggior parte di essi, infatti, queste manifestazioni si risolvono autonomamente e non richiedono alcun trattamento logopedico o psicoterapico.

In altre circostanze, però, si può trattare di un vero e proprio disturbo con caratteristiche specifiche e una fenomenologia propria.

 

Sarebbe riduttivo, tuttavia, considerare la balbuzie un fenomeno esclusivamente circoscritto al manifestarsi di problematiche legate alla correttezza formale dell’eloquio. La balbuzie deve essere considerata una difficoltà multidimensionale in quanto connotata da reazioni:

• cognitive

• emotive

• comportamentali

 

Esse hanno un forte impatto su:

• lo sviluppo delle relazioni interpersonali

• il rendimento scolastico

• il benessere psicologico

• la qualità di vita

 

Nello specifico, l’episodio di balbuzie porta con sé una vasta gamma di sintomi secondari: difficoltà nel mantenere il contatto oculare, repentini movimenti della testa, smorfie, ecc. utilizzati dal bambino stesso come strategie di coping in previsione della balbuzie al fine di ridurne la gravità. Questo complesso quadro diagnostico comprende anche il manifestarsi di un vissuto interiore problematico nel bambino che balbetta: egli, infatti, sperimenterà una serie di emozioni, quali rabbia, vergogna e paura, che favoriranno il rischio di incrementare anche comportamenti disadattivi quale, ad esempio, l’evitamento delle situazioni sociali.

 

 

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO

ADHD – Disturbo da deficit di attenzione e iperattività

ll disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è uno dei disturbi che più frequentemente si riscontra in età evolutiva, la cui sintomatologia prosegue anche in età adolescenziale e adulta.

 

La caratteristica fondamentale del disturbo è un persistente pattern di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento e lo sviluppo dei bambini.

 

Dal punto di vista comportamentale la disattenzione si manifesta con difficoltà a seguire le istruzioni, facile distraibilità, frequenti errori nei compiti scolastici, difficoltà nel tenere in ordine i materiali e nel gestire il tempo a disposizione.

L’iperattività si riferisce invece a un’eccessiva attività motoria manifestata in momenti e situazioni non appropriati, a un eccessivo dimenarsi e a una cospicua loquacità. Spesso i bambini iperattivi si agitano sulla sedia, si alzano dal proprio banco, sono irrequieti e incontrano problemi nel giocare tranquillamente.

 

Per impulsività s’intende invece la presenza di azioni che vengono compiute in maniera affrettata, senza premeditazione e talvolta possono essere pericolose per il bambino o adolescente.

 

Questa impulsività può rispecchiare sia il desiderio di ottenere una ricompensa immediata, sia l’incapacità di ritardare una gratificazione.

 

Sono stati individuati 3 sottotipi di disturbo:

 

• Prevalentemente iperattivo-impulsivo

La maggior parte dei sintomi si riscontrano all’interno della categoria iperattività-impulsività.

Possono essere presenti pochi sintomi di disattenzione, che però non raggiungono un cut-off clinico.

Sintomi comuni d’iperattività sono:

1. Agitazione e irrequietezza continue.

2. Difficoltà a rimanere seduto sulla propria sedia durante i pasti, a scuola e durante il tempo libero.

3. Tendenza a parlare in maniera eccessiva.

4. Difficoltà nel giocare in modo tranquillo.

5. Tendenza a essere continuamente in movimento.

L’impulsività si manifesta attraverso:

1. Difficoltà ad attendere il proprio turno nella conversazioni.

2. Tendenza a interrompere.

3. Tendenza a compiere azioni senza considerare le loro conseguenze.

4. Difficoltà nell’attendere il proprio turno nei giochi.

5. Tendenza a utilizzare gli oggetti degli altri senza chiedere il permesso.

 

• Prevalentemente disattento

La maggior parte dei sintomi sono rilevabili all’interno della categoria disattenzione rispetto a quella d’iperattività-impulsività.

I bambini con questo sottotipo di disturbo presentano minori problemi a livello comportamentale e minori difficoltà nelle interazioni con i pari, per tale motivo potrebbe essere trascurato da genitori e insegnanti. Possono stare seduti in modo tranquillo, ma la loro attenzione non è diretta a ciò che stanno facendo o a ciò che l’insegnante spiega.

Tra i sintomi di disattenzione più comuni vi sono:

1. Facilità a distrarsi con stimoli esterni o con pensieri non inerenti a ciò che stanno facendo

2. Difficoltà nel mantenere l’attenzione su un’attività per il tempo necessario a portarla a termine.

3. Facilità ad annoiarsi trascorsi appena pochi minuti dall’inizio di un compito, a meno che non stia facendo qualcosa di divertente.

4. Difficoltà a focalizzare l’attenzione sull’organizzazione e completamento di un compito o nell’imparare qualcosa di nuovo.

5. Problemi nello svolgimento dei compiti a casa, spesso perdono le cose (per esempio, matite, giocattoli, compiti) necessari per completare le attività.

6. Difficoltà a seguire le istruzioni

7. Manifestazione combinata

E’ la manifestazione più tipica in età evolutiva ed è caratterizzata da una combinazione di sintomi di disattenzione e d’iperattività- impulsività.

 

 

DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO

Il Disturbo Oppositivo-Provocatorio (DOP) è un disturbo del comportamento, riguarda cioè il modo in cui il bambino agisce, il suo modo di relazionarsi agli altri.

 

Il bambino con il DOP ha difficoltà ad interagire con gli altri, in particolar modo con gli adulti, ma anche con i coetanei. La sua tendenza è quella di sfidare i genitori o gli altri adulti che se ne occupano, spesso istigando e cercando il modo di generare irritazione.

 

Non ama seguire le regole e rispettare le richieste che gli vengono fatte opponendosi verbalmente e con le azioni. Si innervosisce facilmente, è permaloso e si arrabbia di frequente anche per futili motivi, per arrivare spesso a litigare. Di fronte al rifiuto e al non accoglimento delle sue richieste, si mostra irritato e capriccioso, sbatte i piedi e piange, si rifiuta di accettare la decisione dell’adulto. Il bambino con DOP è spesso rancoroso e cerca di vendicarsi dei torti che crede di aver subito poiché ha spesso un atteggiamento vittimistico e pessimistico e la tendenza ad incolpare gli altri per i suoi errori e comportamenti sbagliati.

 

Per fare una diagnosi di disturbo oppositivo-provocatorio è necessario che il modo di comportarsi che abbiamo descritto sia presente negli ultimi sei mesi con una frequenza superiore a quanto ci si aspetti da un bambino della stessa età e grado di sviluppo e che tali comportamenti creino disagi e difficoltà in ambito familiare, scolastico o sociale.

 

 

DISTURBO DELLA CONDOTTA – BULLISMO – AGGRESSIVITÀ

Il Disturbo della Condotta è un disturbo di natura comportamentale di bambini e adolescenti che consiste nel violare, in maniera ripetitiva e persistente, le regole imposte dalla società e i diritti degli altri.

 

Possiamo notare nel comportamento dei ragazzi affetti da disturbo della condotta:

• la tendenza ad essere aggressivi e prepotenti

• la volontà di intimorire gli altri dando inizio a discussioni e colluttazioni fisiche

• una certa crudeltà e un piacere nell’infliggere sofferenza fisica (anche nei confronti di animali)

• il ricorso ad armi o oggetti in grado di arrecare danni fisici ad altri, come coltelli, bastoni, pistole

• la messa in atto di aggressioni a scopo di furto, scippi, estorsioni di denaro, rapine a mano armata

 

In alcuni casi potrebbero essersi verificati episodi in cui hanno volontariamente appiccato il fuoco o distrutto proprietà altrui per il gusto di provocare danni o episodi in cui hanno cercato di forzare qualcuno ad avere con loro approcci sessuali.

Sono ragazzi che in generale mentono spesso e tendono a raggirare gli altri per ottenere vantaggi; spesso rubano intrufolandosi in appartamenti, automobili, negozi.

 

Questi bambini, eccessivamente sensibili a stimoli ostili e tendenti a compiere errori di valutazione rispetto alle intenzioni da parte degli altri) trovano nel comportamento aggressivo, nelle soluzioni orientate all’azione diretta, la propria modalità di fronteggiare le circostanze.

 

La tendenza di questi ragazzi è orientata alla rivincita e alla dominanza invece che all’affiliazione, e viene attribuito poco valore alla sofferenza degli altri. I comportamenti aggressivi vengono emessi con l’aspettativa di produrre ricompense tangibili e di ridurre le reazioni aggressive, per lo più presunte, degli altri. Anche l’attenzione sembra essere danneggiata con difficoltà a recuperare in memoria soluzioni più adeguate e funzionali. Durante la pre-adolescenza non è difficile riscontrare bassa autostima

 

 

CACCA ADDOSSO (ENCOPRESI)

Il bambino con encopresi si fa spesse volte la cacca addosso, a volte in maniera involontaria, altre volte volontaria. Questo accade in luoghi inappropriati, per esempio vestiti o pavimento, almeno una volta al mese per un periodo minimo di 3 mesi. Per poter far diagnosi di encopresi, il bambino deve avere almeno 4 anni e deve aver fatto tutti gli accertamenti possibili per escludere una possibile patologia di natura organica o fisiologica.

 

L’encopresi può essere primaria, se il controllo degli sfinteri non è mai stato acquisito, e quindi il bambino non ha mai imparato ad utilizzare il vasino per fare la cacca; secondaria se il controllo degli sfinteri è stato precedentemente acquisito in maniera adeguata e poi perduto, cioè per un periodo ha defecato nel vasino o nel WC e in un secondo momento ha cominciato invece a farsela addosso.

 

In alcuni casi, quando le feci vengono trattenute volontariamente fino ad un limite massimo di sopportazione, possiamo avere il “megacolon psicogeno”. In pratica, la cacca che si accumula nella parte terminale dell’intestino, lo dilata in maniera cronica al punto che il bambino non avverte più lo stimolo.

 

L’encopresi si manifesta:

• con costipazione e incontinenza da sovrariempimento: all’esame obiettivo addominale o rettale risulta la presenza di una grossa massa fecale o un’anamnesi di frequenza di defecazione inferiore a tre volte alla settimana. Le feci sono generalmente poco formate e la fuoriuscita può variare da poco frequente a continua, per lo più durante il giorno. Quando il bambino prova a defecare soltanto parte delle feci viene eliminata e l’incontinenza si risolve dopo il trattamento della costipazione.

• senza costipazione e incontinenza da sovrariempimento: all’esame obiettivo o all’anamnesi le feci risultano solitamente di consistenza normale e il soggetto si sporca in modo intermittente. Questa condizione è generalmente associata con la presenza di Disturbo Oppositivo Provocatorio o Disturbo della Condotta.

 

 

PIPÌ ADDOSSO (ENURESI)

Il bambino, tipicamente, inizia ad acquistare un controllo sulla minzione intorno ai 3-4 anni. Dai 5 anni in poi, il controllo diventa totale sia il giorno che la notte. Diremo che un bambino soffre di enuresi notturna quando, pur essendo sano, si fa la pipì addosso in maniera involontaria, completa ed incontrollata, durante il sonno, ad un’età in cui il controllo vescicale dovrebbe già essere raggiunto. Il problema ha una forte componente ereditaria e riguarda bambini di almeno 5 anni.

 

L’enuresi può manifestarsi in maniera continua, se si presenta ogni notte, o saltuaria se ci sono episodi di risveglio asciutti.

Quando il bambino risulta incontinente per almeno sei mesi, in assenza di un precedente apprendimento, parliamo di enuresi primaria. Si tratta invece di enuresi secondaria se il bambino ha mostrato periodi di continenza di almeno sei mesi e presenta una ricaduta.

 

Per parlare di enuresi, la perdita di urine deve avvenire per un periodo di almeno tre mesi con una frequenza di almeno due volte a settimana. A ciò si associa una compromissione del normale funzionamento del bambino nelle aree del rapporto con i coetanei, nella vita scolastica e con il mondo esterno in genere.

 

Nel caso di enuresi secondaria, la perdita di urine è spesso consequenziale a cambiamenti “traumatici” nella vita del bambino, come per esempio la nascita di un fratellino o un ambiente familiare poco sereno.

 

 

BULLISMO, BULLISMO OMOFOBISCO E CYBERBULLISMO

Il termine bullismo indica un insieme di comportamenti aggressivi, abusivi, messi in atto per avere potere su una persona. Le azioni prevaricanti vengono agite su soggetti ritenuti più deboli e incapaci di difendersi, i quali cadono spesso in una condizione di sofferenza psicologica, isolamento ed emarginazione.

 

Esso rappresenta un sintomo di disagio, sia per il bullo (colui che mette in atto aggressioni e prevaricazioni), sia per la vittima (colui che subisce e viene perseguitato).

 

Per parlare di bullismo è necessario che siano presenti 3 condizioni:

• Asimmetria – bullo e vittima differiscono per forza fisica e controllo della situazione. Il bullo è in genere più grosso o più forte della vittima, che spesso non è in grado di difendersi;

• Volontà – c’è l’intenzione da parte del bullo di creare il danno alla vittima;

• Sistematicità – le prevaricazioni sono protratte nel tempo in maniera continua.

 

Gli atti di bullismo vengono protratti nel tempo andando a ledere l’autostima della vittima, che di per sé è già più vulnerabile alla vittimizzazione a causa delle sue caratteristiche fisiche e psicologiche, ed è più sensibile dei suoi coetanei. La vittima si sente quindi isolata e non in grado né di reagire, né di avere sostegno esterno per la paura di vendette e ritorsioni. Questo la porta ad avere una scarsa opinione di sé, a cercare di evitare la scuola o a divenire a sua volta aggressore.

 

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto.

Il bullismo diretto prevede una relazione diretta tra vittima e bullo e può essere suddiviso in:

• Bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente;

• Bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie;

• Bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto;

• Cyberbullying o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

 

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto.

 

 

I DISTURBI DEL SONNO

 

INSONNIA DEL BAMBINO

L’insonnia in età pediatrica/adolescenziale rappresenta uno dei disturbi per cui viene più frequentemente richiesta una consultazione pediatrica. Le cause possono essere legate a problemi di natura medica (ad es. assunzione di determinati farmaci, dolori ecc.) o comportamentali (mancanza di un ritmo sonno-veglia regolare, scarsa igiene del sonno, associazioni negative con il sonno ecc.). Similmente all’insonnia dell’adulto, possiamo avere disturbi di inizio e/o di mantenimento del sonno, anche se, dal punto di vista clinico, specialmente nei bambini più piccoli, le manifestazioni più frequenti sono il “rifiuto” di andare a dormire e la difficoltà a riaddormentarsi autonomamente (senza l’intervento dei genitori) durante i risvegli notturni.

 

 

IL SONNAMBULISMO

Il sonnambulismo è un disturbo del sonno di natura benigna e a risoluzione generalmente spontanea, che si presenta tipicamente durante la prima parte della notte, ovvero, entro le prime 2 ore dall’ addormentamento. Chi ne soffre compie dei movimenti o dei comportamenti, a volte anche complessi, senza averne coscienza: nonostante l’attività motoria del sonnambulo, questo in realtà sta continuando a dormire.

A volte, durante gli episodi di sonnambulismo, il soggetto semplicemente si siede sul letto con gli occhi aperti, in altri casi più complessi si alza, cammina, compie comportamenti automatici come lavarsi o vestirsi, accende la tv, ecc. tutto ciò senza che al mattino si ricordi nulla di quanto accaduto. Al termine di ogni episodio, di solito, il soggetto torna spontaneamente a letto a dormire. Gli episodi di sonnambulismo durano generalmente dai 5 ai 20 minuti, raramente si prolungano oltre questo tempo.

I sonnambuli possono parlare, oppure emettere suoni incomprensibili e possono diventare aggressivi, specialmente se qualcuno li tocca nel tentativo magari di svegliarli. Nonostante, come si è detto inizialmente, la natura del disturbo sia fondamentalmente benigna, e in genere si risolva da solo, bisogna stare attenti ai comportamenti compiuti durante gli episodi, perché non essendo cosciente di ciò che sta facendo, potrebbero diventare pericolosi per sé stesso.

 

DISTURBO DA TERRORE NOTTURNO

Disturbo tipico dell’età pediatrica, il terrore notturno, (chiamato anche Pavor Nocturnus), si caratterizza per un parziale risveglio dal sonno profondo (fasi 3 e 4 Non REM), accompagnato, il più delle volte, da grida, agitazione intensa, pallore, sudorazione, tachicardia (cuore che batte molto veloce), tachipnea (respiro accelerato), aumento della pressione arteriosa e aumento del tono muscolare. Il bambino appare inconsolabile, poco responsivo agli stimoli ambientali e, se svegliato, è confuso, disorientato e non riconosce le persone vicine. A volte può scendere dal letto, camminare, e/o urlare per la casa terrorizzato.

Infatti, spesso, le manifestazioni del terrore notturno si sovrappongono a quelle del sonnambulismo da cui si differenzia per l’attivazione del sistema nervoso autonomo (palpitazioni, sudorazione, tremore, rossore) e l’espressione di terrore.

Una caratteristica fondamentale è la totale amnesia dell’episodio al mattino.

Gli episodi, si verificano di solito nel primo terzo della notte, e la durata dell’episodio va dai 30 secondi ai 5 minuti. Il disturbo mostra una graduale e spontanea remissione nel tempo.

L’età d’esordio oscilla tra i tre e i dieci anni senza differenze di sesso. La prevalenza è maggiore tra i 3 e i 10 anni (10-14%) mentre si riduce andando avanti con l’età (3% a 12 anni, 2% a 11 e 1% a 13 anni).

 

 

DISABILITÀ INTELLETTIVA

La disabilità intellettiva è definita come un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo che si manifesta in età evolutiva, prima cioè del compimento del diciottesimo anno.

 

Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70, ottenuto in test psicometrici, ulteriormente definito dal livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo.

 

La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori etiologici genetici (monogenetici, poligenetici, aberrazioni cromosomiche) e fattori acquisiti che possono essere gestazionali (malattie materne infettive, agenti chimici, traumi, ecc.), perinatali (prematurità, postmaturità, itteri, anossia, traumi cranici, ecc.) e post-natali (encefaliti, meningiti, vasculopatie cerebrali, ecc.). Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa.

 

 

DISTURBI DEL TONO DELL’UMORE

 

DEPRESSIONE INFANTILE

L’umore depresso include tristezza, pianto, irritabilità, con perdita di piacere/interesse per le attività quotidiane.

I bambini depressi appaiono infelici, si sentono sfiduciati, senza valore e impotenti.

 

Alcuni autori hanno dimostrato che nei bambini con diagnosi di disturbo depressivo prevale la tendenza a manifestare un “locus of control” di tipo esterno. Essi cioè non si ritengono capaci di poter influenzare il verificarsi o meno di certi eventi attraverso il proprio comportamento.

 

Un diverso sintomo del disturbo dell’umore che può sostituire la tristezza è la rabbia, che molto spesso è presente nei bambini depressi.

 

Le modificazioni cognitive causate dalla depressione includono scarsa capacità di concentrarsi e ridotte prestazioni nelle attività scolastiche. Sono presenti anche sentimenti di inutilità, colpa, mancanza di fiducia in sè stessi.

Nella depressione grave, il bambino può avere sentimenti profondi di colpa e sentirsi responsabile per eventi occorsi in passato. Possono esserci anche pensieri di morte e suicidio.

 

La depressione può produrre modificazioni nel sonno, con ipersonnia (sonnolenza diurna) o insonnia, nell’alimentazione, con inappetenza o iperalimentazione; modificazioni nel livello di energia (facile stancabilità) o nella motivazione (difficoltà ad iniziare attività).

 

Come nell’adulto, anche nel bambino le cause sono diverse e di tipo biologico, psicologico e sociale. Nella maggioranza degli adolescenti si riscontrano difficoltà di lunga data di natura sociale e familiare e un generale malfunzionamento familiare.

In alcuni casi vi è uno specifico fattore precipitante, un evento o una circostanza che è possibile individuare all’esordio del disturbo. In altri casi vi è un lento deterioramento delle competenze sociali e di coping (il fronteggiamento delle situazioni della vita) senza eventi scatenanti.

 

La depressione infantile può persistere fino all’età adulta.

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